ORDINE
DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI, PAESAGGISTI E CONSERVATORI DELLA PROVINCIA DI
BRESCIA
Corso
di perfezionamento su “Città sostenibile per le bambine e i bambini”
Relazione del Prof. Arch. Francesco Karrer*:
“Progettazione dello spazio pubblico”
La selezione delle immagini è stata curata
dall’Arch. Marco Squassi di Roma
Brescia, 18 novembre 2002
(*) Ordinario di urbanistica, Università «La Sapienza» di Roma
Il tema scelto per questa riflessione è indubbiamente molto «intrigante».
Qualunque sia la dimensione che si vuol dare alla nozione di spazio pubblico – estesa sino a coincidere quasi con città ed anche oltre[1], oppure limitata alla sola parte effettivamente pubblico – collettiva -, lo spazio pubblico è comunque centrale per la città; nel suo uso, nella sua pianificazione e/o programmazione, nella sua progettazione, costruzione e gestione.
Lo è per tutti gli abitanti della città comunque la abitino o vivano. Siano essi residenti permanenti o frequentatori casuali o abituali, i cosiddetti «city users»[2].
Lo è per le varie componenti degli stessi residenti: dalle categorie cosiddette deboli (anziani, bambini, disabili temporanei, disabili permanenti), agli studenti, ai lavoratori impiegati nei diversi settori produttivi, a chi usa la città come luogo di consumo, di cultura, tempo libero e svago, etc. Lo è anche per chi – un’altra fattispecie di «debolezza» - dello spazio pubblico fa la sua casa, anche senza un tetto: gli «homeless» cioè, o per chi non ha le risorse per accedere ai servizi pubblici, di trasporto, ad esempio.. Lo è cioè per tutti i «consumatori», a vario titolo della città e dei suoi «prodotti».
Questa rassegna dovrebbe forse continuare per considerare anche le altre specie animali che abitano la città, nonché quelle vegetali. Queste ultime costituiscono spesso, e non da oggi, un «tutt’uno» con lo spazio pubblico: è il caso dei giardini, dei parchi urbani, delle alberature dei viali urbani o delle piazze. A volte anche le specie animali «fanno» spazio pubblico: può essere il caso del cosiddetto «bio-parco» (il già zoo, per intenderci) o del parco dei gatti nell’area archeologica di Piazza Argentina a Roma o della parte esterna, in riva all’oceano, d’un acquario di una città californiana o di Boston, etc. Sì, anche la fauna animale è ormai parte integrante dello spazio pubblico urbano. E con essa, appunto antiche rovine o qualche elemento di natura.
Ed anche nel caso della flora non mancano componenti urbane costruite grazie ad essa: l’orto botanico o tanti giardini floreali tematici o no, a volte veri e propri vivai specializzati in piena città.
Continuando in questa ricostruzione, dovremmo annotare l’importanza degli orti urbani – e non solo nel famoso caso di Vienna -, e spesso perfino della produzione agricola, interstiziale nella città, in specie in quella a bassa densità o in quella particolare tipologia che è la città «peri-urbana».
Oppure dei paesaggi. Quanto fa parte della famosa piazza di Pienza lo scorcio di paesaggio «catturato» - per riprendere la felice espressione di Benevolo - dagli edifici che, insieme al pozzo, ne fanno una delle piazze più belle del mondo? Oppure di Piazzale Michelangelo a Firenze o del Pincio, del Gianicolo, di Monte Mario, dell’Aventino a Roma ?
Ma il tema è intrigante anche per la sua pervasività e, nello stesso tempo, perché si tratta di una polisemia.
Cerchiamo quindi – in apertura di questa comunicazione – di «delimitare» il campo con l’obiettivo, ad un tempo, di provare a fissare, svelandolo, qualche concetto nascosto in questa polisemia e di stimolare la riflessione per mezzo di suggestioni che la polisemia favorisce.
Per fare questo mi riferirò solo ad alcune dimensioni concettuali ed operative racchiuse nella polisemia stessa, tra quelle che ritengo maggiormente utili per lo scopo che mi sono prefisso. Dimensioni traducibili nei seguenti spunti di riflessione:
- lo spazio pubblico nel vissuto di tutti noi;
- lo spazio pubblico dal punto di vista patrimoniale;
- lo spazio pubblico-collettivo e quello collettivo-privato: non più conflitto, ma integrazione nella nuova o meglio rinverdita concezione di «interesse generale»;
- lo spazio pubblico, insieme al parco (urbano ed extraurbano), alle attrezzature ed ai servizi sociali, come materializzazione di pratiche di compensazione e risarcimento sociale;
- lo spazio pubblico nelle diverse forme di città: nella città compatta, nella città a bassa densità, nella «città rete»;
- lo spazio pubblico nel processo di urbanizzazione contemporaneo, caratterizzato da a-spazialità relazionale e discontinuità fisica;
- lo spazio pubblico nella pianificazione della città;
- lo spazio pubblico nel «management» della città.
Ai quali è opportuno aggiungere senz’altro ulteriori due sia perché, almeno in parte, sono implicite in quelle già elencate e come tali richiedono di essere svelate, sia perché molto presenti nella riflessione sull’urbanistica che si sta sviluppando a Brescia, per via delle vicende del suo nuovo piano regolatore ed in generale in Lombardia, per via della recente legge regionale n. 1/2001 sui cosiddetti standard urbanistici. Mi riferisco alla questione del rapporto con lo spazio pubblico del cosiddetto “progetto di suolo” e appunto degli standard urbanistici.
Per ragioni di tempo e di chiarezza espositiva, anche a rischio di apparire un po’ apodittico, svilupperò la mia relazione in modo assertivo[3].
Ad ognuno degli argomenti sopraelencati, nel presente testo scritto dedico poche sintetiche righe, a mò di appunti per la relazione orale e per suscitare la riflessione del lettore.
q Lo spazio pubblico nel vissuto di tutti noi
E’ constatazione comune che il vissuto di ogni utente/consumatore dello spazio pubblico – di uno stesso spazio – porti a dare un significato e un valore diverso a quello spazio.
Ed anche per uno stesso utente il significato e il valore di quello spazio, cambiano in rapporto alla sua condizione personale (psicologica, economica, di età, etc.) del momento nel quale lo usa, lo consuma.
Non vi è cioè «uno» spazio pubblico, ma «tanti» spazi pubblici. Né vi è un uso esclusivo, ma tanti usi. Di esso di fa «mulituso». Ed anche se si è soli o in una «folla», la condizione contribuisce a tale diversificazione di significati (partecipazione, solitudine, paura).
Da ciò l’estrema difficoltà di pianificare, programmare, progettare, costruire, esercire, manutenere lo spazio pubblico. Ed ancora, più in generale, fare una politica per lo spazio pubblico. Livello culturale, classe sociale di appartenenza, censo, attività professionale che si esercita, luogo ove si vive abitualmente, etc., sono elementi che differenziano la percezione, l’uso, il senso dello spazio pubblico da parte di ciascuno di noi. Che ingenerano i comportamenti: apprezzamento consapevole, bisogno e rispetto, oppure disprezzo e trasgressione, sino al vandalismo.
E’ quello che vediamo normalmente nella scena urbana e nelle sue componenti: strade, piazze, giardini, parchi, muri, elementi dell’arredo urbano, attrezzature pubbliche (scuole, ospedali, università, etc.), cartelloni pubblicitari, mezzi di trasporto pubblico (in sé ed al loro interno), etc - , rispettate oppure offese.
q Lo spazio pubblico dal punto di vista patrimoniale
Normalmente ciò che è di uso pubblico è patrimonialmente anche pubblico, meglio di apprezzamento o godimento, pubblico. Ma non sempre è così. Di uso pubblico può essere anche qualcosa che patrimonialmente è assolutamente privato.
La facciata d’un edificio privato, un giardino intorno ad una villa di proprietà privata, da questo punto di vista sono pubblici altrettanto di una pubblica strada. La constatazione è ovvia quanto antica.
Ma da qualche tempo a questa parte i comportamenti reali non sono conseguenti a questa affermazione.
La storia della istituzione città, con le sue regole di dotazione, costruzione e gestione degli spazi pubblici, così come quelle di limitazione della proprietà privata proprio in omaggio alla prevalenza dell’interesse pubblico che in urbanistica largamente coincide con lo spazio pubblico – rappresentazione materializzata della nozione appunto di interesse pubblico – lo sta a dimostrare.
Senza arrivare alla situazione limite dell’abusivismo, urbanistico o edilizio o delle attività produttive o dell’uso delle «public utilities», etc.: è indubbio che quei concetti fondativi della città che hanno presieduto la sua affermazione per molti secoli si siano affievoliti se non addirittura radicalmente modificati.
E’ indubbio che la libertà di espressione estetica sancita dal cosiddetto «postmodernismo»[4] in architettura, sia stata preceduta dall’allentamento delle relazioni sociali che erano alla base della città di fondazione, quindi all’urbanistica della dispersione insediativi o molecolare, etc.
Di ciò si era accorto già Piranesi, in tempi più recenti il geografo Pierre Gerge, lo storico Manfredo Tafuri che rileggeva proprio Piranesi, quindi Robert Venturi e la sua Las Vegas e poi tanti altri……….
C’è cioè una sorta di controstoria della città - tutta legale, si badi bene - che ha modificato i termini della questione, legittimando la trasgressione a questa regola basica della città. La rivoluzione dell’urbanizzazione, la delegittimazione sociale dell’operatore di decisione, pubblico e/o politico, dell’amministratore, del normatore o del regolatore, la affermazione in misura esasperata di principi neoliberisti e neoutilitaristi, questioni economiche, etc.: tutto ha concorso a quella che può appunto apparire una trasgressione a questa regola basica.
Ma anche l’inadeguatezza della pianificazione di fronte a questo radicale cambiamento andrebbe considerata.
Da tutto ciò nasce una domanda: se e come si può invertire la tendenza. Se tale inversione è «giusta», in quanto socialmente richiesta ed allo stesso tempo se ne sarebbero accettate le conseguenze pratiche, cioè il ritorno alla cessione volontaria di un po’ di privato al pubblico, ma ad un pubblico che sappia chiedere e prima ancora mostrare che tale cessione è giusta ed utile e non solo in virtù di un astratto interesse collettivo.
Come si vede le questioni che sono nascoste dietro la nozione di spazio pubblico urbano sono di notevole spessore, vanno molto oltre quelle già complesse di ordine urbanistico.
q Lo spazio pubblico-collettivo e quello collettivo-privato
Nella seconda metà degli anni 1960 Alexander Chermayeff
scrisse un libro, dal titolo, cito a memoria, Community and Privacy,
tradotto in Italia per la collana diretta da
Giancarlo De Carlo per Il Saggiatore (Mondadori), con il titolo Spazio
di relazione e spazio privato.
L’autore giocava sul significato dei due termini inglesi, non facilmente traducibili in italiano. Il «gioco» aveva proprio nella città e nello spazio pubblico il terreno di svolgimento. Forse se nella traduzione italiana si fosse utilizzata la coppia «collettivo - individuale» il senso del libro sarebbe stato meglio rispettato. Anche le inevitabili ambivalenze di significato sarebbero risultate meglio circoscritte.
Gli spazi pubblici sono quasi fisiologicamente collettivi, anche quando l’uso è individuale, perché la proprietà pubblica consente l’identificazione con la collettività, nel senso che appartiene alla collettività. Ma anche molti spazi di proprietà pubblica sono adibiti ad uso collettivo: il cinema, il teatro, lo stadio, la strada o la galleria di un centro commerciale, etc. Si tratta di spazi privati d’uso pubblico o collettivo. I tanto conclamati «non luoghi» di Marc Augé sono altrettanti «nuovi» spazi pubblici. A ben guardare sono gli stessi già indagati da Max Veber (nel suo classico Die Stadt, 1921) e più recentemente da J. Habermas (del cui libro sullo spazio pubblico conosco l’edizione francese con il titolo L’espace public, 1982).
La funzione e l’accesso agli stessi, libero o dietro il pagamento di un prezzo, azzerano le differenze tra pubblico e privato, dando luogo allo spazio privato di uso pubblico, cioè collettivo ed aperto. Un po’ come nel caso delle «public schools» inglesi che sono quelle più care e selettive, ma formalmente aperte a tutti.
L’accesso infatti è sì libero a tutti, ma dietro pagamento di una salata retta.
Mentre le cosiddette «freeways» americane sono effettivamente le strade libere da pedaggio.
In realtà la differenza fondamentale è divenuta oramai soltanto quella tra individuale e collettivo. Infatti nell’applicazione del fondamentale istituto dell’interesse generale - ottocentesco, ma tornato di grande attualità -, quelle tra pubblico e privato si attenuano, a meno del corrispettivo direttamente versato per l’accesso al luogo, l’utilizzazione della funzione o servizio offerto, etc: nel caso della cultura, in quello del tempo libero, dell’istruzione, della sanità, dei trasporti e perfino dei cimiteri l’assegnazione di tombe e loculi nei cimiteri parigini, (oggi al centro delle preoccupazioni del sindaco Delanöel), sta portando a costruire una sorta di matrice che ricorda quelle per l’assegnazione degli alloggi di edilizia sociale con l’azzeramento del parametro censo.
Il processo di privatizzazione dei pubblici servizi, la necessità di bilanci in equilibrio delle aziende erogatrici, quando non anche in attivo per poter così distribuire utili ai soci privati, impongono ai soggetti erogatori di questi servizi di applicare tariffe di mercato, comunque remunerative.
Ed anche quando sono direttamente gli enti pubblici ad erogare «gratuitamente» questi servizi, all’utente costano ugualmente, dal momento che come contribuenti questi alimenta la fiscalità generale……..
E’ proprio l’interesse generale che consente il «project finance» in urbansitica, lo «standard urbanistico convenzionale», il «partenariato pubblico privato» anche in urbanistica, l’«urbanistica consensuale» e lo«scambio» tra potere di piano (e di variazione dello stesso) proprio dell’operatore pubblico e la cessione di valore da parte del privato.
q Lo spazio pubblico come compensazione e risarcimento sociale
Come nel caso dei parchi, dei servizi sociali e delle relative attrezzature e delle tante forme di «welfare urbano» (casa, trasporti, assistenza sociale in genere, etc.), lo spazio pubblico è oggetto di politiche e pratiche compensatorio – risarcitorie. Sono i più ricchi che cedono quote di ricchezza in funzione appunto compensativo – risarcitoria. La cessione è «spontanea» come nel caso del «principe», della famiglia nobile, dell’imprenditore illuminato, oppure è obbligata da leggi, norme o pratiche accettate per ridurre l’«impatto sociale».
A volte lo spazio pubblico è il risultato di lotte sociali, di una intera società o di alcune categorie. Da qui il valore ulteriormente simbolico dello spazio pubblico, oltre quello di luogo dell’identità collettiva di una comunità.
Va detto che a volte la conquista dello spazio pubblico è anche frutto di vere e proprie appropriazioni indebite che alcune categorie compiono nei confronti dello spazio pubblico stesso o di spazi di proprietà privata. Tale approvazione non è detto che debba avvenire solo in forma patrimoniale. Come noto le pratiche d’uso possono essere sufficienti a determinarne di fatto l’appropriazione.
q Lo spazio pubblico nelle diverse forme di città
Nella città compatta, medievale, rinascimentale, settecentesca, ottocentesca e, per l’Italia, fino alla fine degli anni 1960 circa, lo spazio pubblico è chiaramente definito. Si tratta dello spazio compreso tra gli edifici. E’ lo spazio vuoto. A volte anche interno agli edifici: i cortili, i giardini. A volte anche di quello costruito dagli edifici quando questi sono destinati a funzioni pubbliche e collettive: scuole, ospedali, università, etc., quando l’accesso è libero a tutti e non riservato a particolari destinatari. In proposito c’è una notevole diversità di posizioni: non tutti considerano anche queste attrezzature rientranti nel dominio dello spazio pubblico.
Svolgono funzione pubblica, determinandone l’estetica, il decoro e quanto altro, anche le facciate degli edifici, nella loro composizione, nello stile, nei materiali, e quindi le regole secondo le quali sono ubicati e costruiti: allineamenti, altezze, marcapiani, colori, etc.
Nella città compatta è fondamentale la continuità fisica degli elementi costituenti, che in fondo è la regola di costruzione della città.
Lo spazio pubblico integrato con gli altri elementi e compreso tra questi, si qualifica per il disegno, i materiali da costruzione impiegati. Non ha però valore autonomo. Non c’è bisogno di molto per connotarlo. Né autonomia del disegno, né dei materiali da costruzione, né c’è bisogno di qualcosa in più; ad esempio, di quello che si è venuto definendo come «arredo» o «mobilier» urbano. Che proprio per il suo essere aggiuntivo - spesso inutilmente aggiuntivo! -, mostra tutta la sua debolezza, anche quando è di buon disegno ed è ben costruito.
Nella città della dispersione, cioè della bassa densità, della diffusione insediativa, dell’ «urban sprawl» o del «peri-urbain» che dir si voglia, lo spazio pubblico è ben più vulnerabile.
Ha bisogno di disegno, di qualità dei materiali, di buona e specifica gestione……….
Ma è uno spazio non riconosciuto, senza sostenitori e difensori. Almeno nella prassi. Nella teoria no. Quanto sto affermando infatti è conquista teorica antica: Hilberseimer e via via tanti altri, anche meno importanti autori, hanno infatti colto il problema del disegno delle reti infrastrutturali, della loro capacità di ordinare, di fissare le regole della composizione urbana a grande scala. E’ confortante osservare che questa concezione si stia riaffermando e che qualche istituzione pubblica l’abbia fatta propria nel concreto del suo agire. Mi riferisco al recente lavoro del Certu sulle grandi infrastrutture di attraversamento urbano nei rapporti con lo spazio pubblico[5].
Anche qualche oscuro progettista, a volte, è riuscito a darci opere rispondenti a questo assunto teorico. Il problema sono le istituzioni, con le logiche di decisione e finanziamento delle opere, che sono per lo più avverse alla logica della integrazione[6].
Il problema è tutto qui. Anche ed ancora di più nel “territorio della dispersione” il progetto dello spazio pubblico deve essere integrato[7] .
Si tratti della strada urbana o extraurbana o della piazza, dei giardini o dei parchi territoriali, anche in questi casi dovrebbe prevalere l’integrazione. Nella città della discontinuità fisica, allo spazio pubblico, divenuto autonomo dal resto del costruito, si dovrebbe dare un appropriato disegno. La discontinuità fisica dell’insediamento urbano-produttivo e delle attività di servizio alla popolazione ed alla produzione, caratteristica del moderno processo di urbanizzazione, si regge proprio sullo spazio pubblico, che è comunque sempre abbastanza continuo.
Lo è nel «basement» del grattacielo newyorchese – anticipato da Boccioni con il suo meraviglioso quadro dal titolo «La strada entra nella casa» (1911) -, così come nel reticolo stradale, nel viale-parco che porta al centro commerciale, quindi al parco vero e proprio od alla scuola o al municipio dei modelli insediativi del «new urbanism» della «nuova» città americana[8].
Questa funzione è ancora di più esaltata nella «città-rete» e/o nelle «reti di città». In questa tipologia territoriale diviene infatti spazio pubblico non solo il «vuoto» - pieno però dei significati sopra ricordati -, compreso all’interno delle città-polo che formano i capisaldi della rete, ma appunto anche quello compreso tra i poli della rete.
Con tutta la sua complessità di funzioni, di tipologie produttive, di forme insediative, insieme alle reti stesse. In specie di quelle del movimento
Si potrebbe quasi identificare con lo spazio rurale. Rifugendo da ogni tentazione d’onnipotenza - il rischio di sempre del pianificatore, anche di quello del paesaggio -, ci si può limitare a mettere in evidenza l’importanza ancora maggiore che rivestono gli elementi dello spazio pubblico pressoché riconducibili quasi totalmente agli “spazi del movimento”, cioè agli spazi delle infrastrutture di trasporto[9]
q Lo spazio pubblico nelle pianificazioni della città
Due sembrano le fattispecie, non necessariamente contrapposte, dello spazio pubblico nella pianificazione della città.
La prima è quella che potremmo definire «lionese» od anche «barcellonese». E’ in queste due città che infatti la pianificazione dello spazio pubblico si è imposta ed affermata quasi come autonoma dal resto della pianificazione urbana.
A Lione soprattutto. E’ qui che la riassunzione in un solo dipartimento o assessorato della Communauté urbaine di Lione delle funzioni prima sparse in vari dipartimenti o assessorati, ha consentito di dare vita ad una vera politica dello spazio pubblico[10]. Una dimostrazione della necessità di integrazione di cui alle considerazioni precedenti.
Tutte le amministrazioni locali italiane alle prese con progetti di introduzione di tram, metropolitane leggere, sistemi intermedi o metrobus – quest’ultimo è proprio il caso di Brescia –, hanno potuto constatare che per ben poter inserire questi modi di trasporto nella città esistente (in ispecie quando si tratta di reintrodurli) si ha bisogno di progetti integrati.
Di progetti cioè che spazino dal sottosuolo della sede della infrastruttura – le reti da adeguare, i sottoservizi da sistemare -, al pavimento sul quale è posata la sede dell’infrastruttura, sino alla rete dei trasporti da ridisegnare insieme a parcheggi, aree di stazione, etc., nonché alle attività economiche – con le quali temporaneamente o permanentemente si interferisce -, passando per i costumi, gli stili di vita e le pratiche sociali degli abitanti e delle altre categorie di utenti / consumatori interessati direttamente dall’opera.
Il caso della reintroduzione del tram a Portland (Oregon) ha fatto scuola. Purtroppo più sui libri di scuola che non negli interventi delle nostre amministrazioni locali.
L’altra fattispecie è quella di collocare nella «filiera» della pianificazione e programmazione urbana il piano dello spazio pubblico. Si tratta di una collocazione strategica però. Nella città nuova come nella città esistente. Cioè nell’espansione urbana come nel rinnovo urbano.
In prima ipotesi si può dire che lo spazio pubblico, o meglio il suo piano è, ad un tempo, un piano di area ed un piano di settore (non settoriale), nonché d’interfaccia e d’integrazione. In esso si riassumono molti piani di settore infatti, così come molti programmi, ad iniziare da quello dei lavori pubblici di cui alla «legge Merloni»: infatti tale piano è molto lavori pubblici e sua programmazione, molto urbanistica, molto pianificazione sociale, molto animazione della città, ………
Detto così, si potrebbe pensare che io suggerisca di aggiungere un ulteriore piano ai tanti che popolano, per lo più inefficacemente, gli uffici di pianificazione delle varie amministrazioni. Tutt’altro. Proprio sull’esempio di Lione, credo che questo piano debba essere riassuntivo di tanti altri piani e che in esso possano confluire altrettante competenze sparse.
q Lo spazio pubblico nel «management» della città
Dò per scontato l’assunto che il piano più importante, in specie nella fase attuale di rallentamento della crescita urbana almeno delle città maggiori, sia quello di management. Certamente di più di quelli esclusivamente predittivi della tradizione dell’urbanistica. In specie di quella di regolazione e molto meno anche di intervento, purtroppo tutta italiana.
Del «management» urbano , il piano dello spazio pubblico può rappresentare la forma più evidente e convincente. Serve alla coesione sociale, per la qualità della vita, per la sostenibilità ambientale come per l’ècoaménagement urbain[11], per la manutenzione urbana, per l’esercizio delle sempre più importanti e diffuse pratiche redistributivo – compensative (opere a scomputo, compensazioni, perequazione, etc.) utili nell’attuazione e/o gestione urbanistica, per l’educazione civica, etc.
Ovviamente il management urbano non va inteso separato dalla pianificazione urbana per come l’ho definita in precedenza.
Le considerazioni svolte fin qui consentono di affrontare con una certa speditezza le questioni relative al rapporto dello spazio pubblico con il cosiddetto «progetto di suolo» e con il «piano dei servizi». Si tratta di problemi «locali», ma di interesse anche molto più ampio.
E’evidente che posto come deve essere posto, il progetto dello spazio pubblico include pressoché totalmente il progetto di suolo.
Per di più con il vantaggio di una chiarezza concettuale ben maggiore e del significato meno equivoco, e per di più largamente consolidato nell’esperienza delle pubbliche amministrazioni, indipendentemente dalle loro capacità, livello di organizzazione, etc.
L’esperienza di Lione è esemplare; a questa si deve tendere anche se capacità e «stili» amministrativi sono diversi.
Della parte dei contenuti del progetto di suolo non compresi nella nozione di spazio pubblico e del suo progetto si possono occupare più appropriatamente politiche e strumenti di pianificazione e progettazione ambientale: problemi di schiacciamento delle falde, inquinamento o al contrario alimentazione delle stesse da parte delle acque di percolazione e/o di quelle emerse (fiumi, torrenti, laghi), trattamento delle acque di lavaggio delle strade, separazione delle acque nere da quelle bianche, coperture vegetali e loro funzione ecologica e/o igienico-sanitaria, etc., possono (anzi debbono) essere il risultato di studi scientifici sull’ambiente urbano: analisi sul funzionamento ambientale, caratterizzazione ambientale, bilanci ambientali, monitoraggi, prove di degradazione ambientale, studi di impatto, certificazione ambientale, etc. E di un piano di gestione ambientale della città: proprio l’écoaménagement di cui prima.
Circa il piano dei servizi, la integrazione/integrabilità con quello dello spazio pubblico è del tutto evidente. Sono due strumenti che si autoalimentano e si confondono nel piano di management. Hanno entrambi rilievo strategico; includendo la funzione del vecchio programma pluriennale di attuazione, definiscono il «listing» delle opere pubbliche che presiede a confronti concorrenziali, piani di area e programmi integrati ed in genere alla gestione consensuale dell’urbanistica, al «project financing». Ovviamente insieme alla quota di opere che il pubblico decide di dover realizzare direttamente.
A mò di conclusione (del tutto provvisoria) e prima che le immagini selezionate possano suscitare altre riflessioni, magari anche contrapposte a quelle qui sviluppate, conviene ricapitolare il senso degli argomenti trattati:
- lo spazio pubblico non può essere «ridotto» all’arredo o al «mobilier» urbano;
- è un luogo ed un oggetto di pianificazione, che va fatta precedere da una adeguata politica, seguita da un’altrettanta adeguata programmazione, progettazione e management;
- i significati e i valori dello spazio pubblico vissuti dagli utenti/consumatori sono molteplici e complessi (psicologi, sociali, materiali, etc.);
- lo spazio pubblico non è indifferente alle condizioni generali dell’urbanizzazione: nella città compatta e nella città diffusa – fermo restando il ruolo strategico – la sua connotazione fisica, funzionale e gestionale è profondamente diversa. Diversa deve essere conseguentemente anche l’attenzione pianificatorio-progettuale;
- piano dello spazio pubblico, piano dei servizi ed altri strumenti di progettazione e gestione urbana debbono essere integrati;
- progetto dello spazio pubblico, «listing» delle opere pubbliche e urbanistica consensuale si sorreggono vicendevolmente;
- piano di management urbano e dello spazio pubblico quasi coincidono; da ciò la salienza strategica, anche in questo senso, dello spazio pubblico.
E’ indubbio che tradurre in pratica questi assunti non è facile. Ma la sfida è affascinante. Come nel caso del «progetto urbano»[12] - un’altra polisemia molto attuale e vicina a quella di spazio pubblico -, si tratta di operare in questa logica, anche se gli strumenti amministrativi non sono ancora del tutto adeguati e senza spaventarsi della complessità del problema. Del resto è proprio questo il compito del progetto urbanistico ed, in generale, del progetto: governare la complessità, (ovviamente anche quella di ordine metodologico).
Il rapporto del progetto urbano – sia nell’esperienza italiana degli anni 1960-1970, che in quella più recente francese – con il progetto dello spazio pubblico, è un aspetto della complessità metodologica della pianificazione urbana, oggi: il progetto urbano può includere infatti quello dello spazio pubblico, ma il progetto dello spazio pubblico può esser di per sé un progetto urbano, e non tra i meno importanti che si possono immaginare per la città contemporanea.
La politica dello spazio pubblico è un “pezzo” non piccolo della politica urbana, sia di espansione che di rinnovo e/o di riqualificazione e di risignificazione della città esistente, di tutta la città, sia “compatta” che “dispersa”.
Storicamente lo “spazio pubblico” è costituito da piazze, strade, vicoli, giardini: ambienti all’aperto dove si svolge la vita di una comunità, capaci, nel loro insieme, di strutturare la trama della città.
Con l’avvento dell’automobile in alcuni di questi luoghi sono venuti meno i requisiti basilari di qualità ambientale, sicurezza e comfort con conseguenti particolari disagi soprattutto per le categorie “deboli”.
Per quanto concerne interventi relativi ad una trama cittadina compatta nella presente selezione sono riportati gli esempi di Tivoli e Perugia: entrambi di piccola scala, mirati al recupero dello spazio pubblico attraverso la mitigazione del traffico veicolare in favore delle esigenze dei pedoni.
Caso particolare è rappresentato dalla città di Roma dove gli interventi attuati nel centro storico – analoghi a quelli per Tivoli e Perugia -, si sono affiancati i progetti per le “Piazze del Giubileo” con evidenti maggiori possibilità di sviluppo del concetto di spazio pubblico.
Seguendo lo stesso principio, la Tesi di Laurea “Una proposta di Progetto Urbano per Centocelle” studia il recupero di un asse stradale, all’interno di un quartiere compatto della periferia romana, per realizzare uno spazio pubblico ampio ed articolato.
Tra i molti esempi a livello europeo i casi di Copenaghen e Strasburgo mostrano, con le immagini prima e dopo l’intervento, la stessa filosofia di approccio. Ancora di più il caso degli Champs Elysées di Parigi evidenzia la qualità e la dimensione che possono essere raggiunte e che, in alcuni interventi, travalicando l’ambito di una singola “strada”, si estendono ad intere porzioni di città come testimoniato dal Parco Citroen e del relativo quartiere, nonché dai progetti di Calthorpe.
Seguendo scale via via crescenti si può considerare lo spazio pubblico tra i poli urbani. Questo viene articolato dalle infrastrutture di trasporto, soprattutto se progettate con l’intento di mitigare gli effetti negativi sulle zone attraversate.
Nell’ambito di nuovi insediamenti il disegno delle infrastrutture assume un ruolo fondamentale nel definire lo spazio pubblico all’interno di un progetto unitario ed organico. Il caso del quartiere sperimentale Bo01 di Malmö (Svezia) testimonia come un progetto veramente completo sia composto dallo studio dei singoli edifici e dello spazio pubblico compreso tra questi. Stessa uniformità progettuale è riscontrabile nei linguaggi comuni degli orti urbani di Saint Jean à Muret .
Altro caso è quello in cui l’arredo urbano viene «aggiunto» in un secondo momento. In determinate circostanze questo può portare a risultati accettabili, ma si corre il rischio che gli elementi inseriti rimangano estranei al contesto e che deperendosi, costituiscano un ulteriore fattore di degrado.
Fondamentali risultano, pertanto, materiali, forme e tipi di arredo; a questo proposito sono interessanti i giochi del cosiddetto “Parco della Scienza”, che permettono alle persone, ai bambini in particolare, di interagire tra di loro e con l’ambiente circostante.
I bambini possono anche diventare i progettisti dello spazio pubblico, come è avvenuto a Coriano, dove gli alunni della scuola Bersani hanno studiato il loro quartiere individuando i punti più pericolosi del tragitto casa – scuola e le aree da utilizzare meglio, tra le quali il parcheggio davanti alla loro scuola che hanno trasformato in piazza, disegnandone e colorandone la pavimentazione.
Gli spazi pubblici così recuperati all’interno delle città costituiscono, dunque, nuovi ambienti, dove i bambini possono incontrarsi a giocare in sicurezza, con la tranquillità dei genitori come avviene, non senza qualche problema, a Pomezia nella “riprogettata” Piazza Indipendenza.
selezioni delle
immagini
1 Perugia: Vicolo storico foto di Marco Squassi
2 Perugia: Piazza duomo
foto di Marco Squassi
3 Tivoli: Intervento di riqualificazione stradale foto di Marco Squassi
4 Tivoli:
Intervento di riqualificazione stradale foto
di Marco Squassi
5 Tivoli: Intervento di riqualificazione stradale foto di Marco Squassi
6 Roma: Vicolo di Pietra foto di Marco Squassi
7 Roma: Lungo Tevere Vaticano foto di Marco Squassi
8 Roma: Piazza del Risorgimento foto di Marco Squassi
9 Roma: Pizza di Porta San Giovanni foto di Marco Squassi
10 Roma: Viale Carlo Felice foto di Marco Squassi
11 Roma: Piazzale san Paolo foto di Marco Squassi
12 Tesi di Laurea: Una proposta di Progetto Urbano per Centocelle di Marco Squassi
13 Tesi di Laurea: Una proposta di Progetto Urbano per Centocelle di Marco Squassi
14 Tesi di Laurea: Una proposta di Progetto Urbano per Centocelle di Marco Squassi
15 Tesi di Laurea: Una proposta di Progetto Urbano per Centocelle di Marco Squassi
16 Copenaghen: Esperienze di riqualificazione stradale da: New city spaces; Gehl J.The
Danish Architectural press 2000
17 Strasburgo: Esperienze di riqualificazione stradale da: New city spaces; Jacobs A.The
Danish Architectural press 2000
18 Parigi: Gli Champs-Élysées da: Great Street; Gehl
J.The M.IT.Press, Cambridge, Mass.
1994
19 Parigi: Progetto per gli Champs-Élysées da: Paris Projet n° 30-31 1993
20 Parigi: Gli Champs-Élysées attuali da: Paris Projet n° 30-31 1993
21 Parigi: Il Parco Citroen e il suo quartiere da:
Paris Projet n° 30-31 1993
22 Parigi: Il Parco Citroen e il suo quartiere da:
Paris Projet n° 30-31 1993
23 New York: Atlantic Center da: The next American metropolis; Calthorpe
P.Princeton Architectural Press
1993
24 California: Gold Country Ranch da:
The next American
metropolis; Calthorpe P. Princeton Architectural Press 1993
25 Saint-Gratien: BIP, strada
intercomunale da: Certu n° 115 2000
26 Genevè: Tronco autostradale da:
Certu n° 115
2000
27 Momtpellier: Avenue
Pierre-Mendès-France da: Le Moniteur, numero
speciale 2001
28 Amiens: L’autostrada A-16 da:
Certu n° 115
2000
29 Vallèes: Il caso della strada VR52 da: Certu n° 115 2000
30 Polignac: Il paesaggio della strada RD136 da:
Le Moniteur, numero speciale
2001
31 Malmo: Il quartiere BO01 da:Paesaggio
Urbano n°3 2002
32 S. Jean à Muret: Giardini di
pertinenza ed orti urbani da: Le
Moniteur, numero speciale
2001
33 Roma: Via Cola di Rienzo foto di Marco Squassi
34 Roma: Viale Libia
foto
di Marco Squassi
35 Tivoli: Arredo urbano
foto
di Marco Squassi
36 Catalogo: Giochi per spazi pubblici della ditta Modo
catalogo Modo 2001
37 Coriano: esperienze della scuola Bersani da:Paesaggio Urbano n°1 2002
38 Vicenza: Studio per un nuovo tipo di parcheggio da:Paesaggio
Urbano n°3 2002
39 Pomezia: Piazza Indipendenza foto
di Marco Squassi
40 Pomezia: Piazza Indipendenza foto
di Marco Squassi
Bibliografia
Gehl J. New city spaces The Danish Architectural press 2000
Jacobs A. Great
Streets The M.IT.Press, Cambridge,
Mass. 1994
Fouque V. Voirie rapide
urbaine et espace: Certu n° 115 2000
Mialet F. public quelles liaisons ?
Calthorpe P. The next
American Metropolis Princeton
architectural press 1993
Pognant P. Le souvetage
des Champs Elysèes in Paris Projet
n° 30-31 1993
Milliex J. M. Le parc
Andrè-Citroen et son quartier in Paris Projet n° 30-31 1993
Allain-Duprè E. Rèsidentialisation,
mode d’empli Le moniteur 2001
Delluc M. Une rocade transformèe Le moniteur 2001
en avenue boisèe
Davoine G. Une
dèpartementale invente le relief Le
moniteur 2001
Marzot N. Il recupero del West Harbour in
Paesaggio Urbano n°3 2002
a Malmo, Svezia
Stella P. Lasciate che i bambini
giochino in Paesaggio Urbano n°3
2002
nel parcheggio!
Di Cara F. Coriano: un paese dove
crescere in
Paesaggio Urbano n°1 2002
Petrella F. e vivere bene
Ubertazzi A. A misura di bambino? in
Paesaggio Urbano n°1 2002
Wojciechowsky N.
[1] La nozione è utilizzabile anche in modo metaforico ovviamente. Da ciò una infinità di altri significati. Ad esempio, quello che gli assegnano gli organizzatori del seminario di sabato 9 novembre 2002 nell’ambito del Social Forum tenutosi nei giorni scorsi a Firenze, a proposito di “Spazio pubblico e costituzione in Europa”, dove per spazio pubblico si intendono la democrazia ed i diritti umani.
[2] Questi sono solo alcuni dei soggetti-attori che, in vario modo, popolano la «scena urbana». Per una analisi compiuta della popolazione urbana nella sua odierna articolazione, cfr. G. Nuvolati, Popolazioni in movimento, città in trasformazione. Abitanti, pendolari, city users, uomini di affari e flâneurs, Il Mulino, Bologna 2002.
[3]
Un tentativo di definizione e di sintetica ricostruzione della evoluzione di
tale nozione, al quale rinvio, lo si può trovare nel Dictionnaire de
l’urbanisme di F. Choay e P. Merlin (PUF, Parigi 1996 – 98). Rinvio anche
alle relazioni di G. Martinotti e F. Indovina al recente Convegno
internazionale su «La nuova cultura delle città – trasformazioni territoriali e
impatti sociali», Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 5 – 7 novembre 2002,
nelle quali il lettore potrà trovare una sostanziale conferma delle tesi qui
appena abbozzate, anche se i punti di vista non sono sempre pienamente
coincidenti.
[4] Molte sono le riflessioni sullo spazio e la città in genere per quanto riguarda il cosiddetto postmoderno (D. Harvey, fra tutti). Con riguardo al tema qui trattato rinvio a G. Lipovetsky, “Espace privé, espace public à l’âge postmoderne”, in Aa. Vv., Citoyenneté et urbanisme, Esprit, Parigi 1991, che considera il ruolo sotto un profilo sociologico (più avanti richiameremo i lavori di M. Augé che affronta il problema dalla angolazione etnoantropologica), dello spazio pubblico nella società individualistica ed edonista considerata tipica degli anni 1980. Si tratta d’un evidente richiamo alla questione delle temporalità urbane che non deve essere dimenticata in analisi di questo genere. Può essere utile anche il lavoro di A. Raulin, Antropologie urbaine, A. Colin, Parigi 2001, dove si può trovare una interessante ricostruzione della evoluzione della città, in chiave antropologica, nella quale lo spazio pubblico ha un ruolo centrale: dallo spazio pubblico della città romana, caratterizzato dai monumenti capaci di strutturarlo in tutte le sue funzioni politiche , religiose, di divertimento, d’igiene, ai giardini né – pubblici né – privati della New York contemporanea.
[5] F. Mialet, V. Fouque, Voirie rapide
urbaine et espace public : quelles liasons, CERTU, 2001
[6] Mi permetto di rinviare al mio intervento al Seminario indetto dall’IRPET e dal Dipartimento di Urbanistica e di Pianificazione del Territorio dell’Università di Firenze, su «Infrastrutture e politiche del territorio», venerdì 29 giugno 2001; alla nota da me predisposta per la Conferenza nazionale del territorio indetta dal MLP a Genova (gennaio 2001);ed alla sempre mia nota sulla più recente produzione legislativa in materia di opere pubbliche (l.n. 166/2002 e Dgls. n. 190/2002) con riguardo alla considerazione dell’interesse «ambiente» ed alla procedura ed agli strumenti per tale considerazione (in corso di stampa), nella quale mi soffermo sulla nozione di impatto sociale e sul modo come considerarlo e compensarlo. Si tratta d’una questione molto più vicina di quanto non possa apparire a quella di spazio pubblico qui trattata.
[7] Oltre che in generale anche nelle singole componenti. Per quanto riguarda le strade mi permetto di rinviare al mio “Tendenze del processo di urbanizzazione e sistema a rete: la viabilità extraurbana”, in Le strade. Un progetto a molte dimensioni, a cura di A. Moretti, Franco Angeli, Milano 1996.
[8] Cfr, P. Calthorpe, The next
American Metropolis, Ecology, Community and the American Dream, Princeton
Architetural Press 1993.
[9] Non potendo sviluppare qui questa riflessione, peraltro oramai abbastanza familiare a urbanisti, architetti ed ingegneri, mi permetto di rinviare a F. Karrer e B. Monardo, Territori e città in movimento, Alinea, Firenze 2000.
[10] Cfr. Il lavoro interamente dedicato all’esperienza di Lione dal titolo User, abserver, programmer et fabriquer l’espace pubblique, sotto la direzione di Jean-Yves Touissaint, M. Zimmermann, Presse Polytecnique et Universitarie Romandes, Losanna 2001 (utile anche per la ricca bibliografia), ed il più antico numero di “Paris Projet” (n. 20 – 31), interamente dedicato agli «Espaces Publics» di Parigi, o al saggio di _ Ingersoll, ampiamente corredato di illustrazioni, apparso sul numero ……. di «Casabella».
[11] Cfr. Guide pratique de
l’écoaménagement, l’environnement dans l’aménagement urbain, SCET, Parigi
1955
[12]
Al riguardo della nozione di «progetto
urbano» e del suo uso come strumento urbanistico mi permetto
di rinviare ai miei: “Il progetto urbano in quanto regola comportamentale e
tecnica”, in Il Progetto urbano.
Una frontiera ambigua tra Urbanistica e Architettura, Liquori Editore,
Napoli 1999; “Misurare le distanze prima di mutuare. I termini del confronto
sul progetto urbano tra Francia e Italia”, in «Rassegna di Architettura e
Urbanistica» (in corso di pubblicazione).